Volgarizzazione del marchio e sua decadenza

In questo post non ci occuperemo di cosa è un marchio ma di quando questo perde la sua efficacia con il c.d. fenomeno della volgarizzazione del marchio.

Ultimamente abbiamo avuto modo di affrontare l’argomento della volgarizzazione del marchio essendoci occupati come studio professionale di un arbitrato internazionale, tenutosi dinanzi al Wipo.

In quella occasione, una delle difese, a fondamento dei diritti della nostra cliente, è stata proprio quella della volgarizzazione del marchio.

La decisione a cui facciamo riferimento è il Case No. D2017-1196

Non entreremo nel merito di quella decisione ma affronteremo il tema della volgarizzazione anche con l’ausilio di una non recente sentenza della nostra Corte di Cassazione che siamo riusciti a reperire direttamente presso la cancelleria della Suprema Corte e che si è rivelata utile per spiegare le nostre ragioni, anche perchè, il caso ha voluto, che il caso dell’arbitrato internazionale fosse praticamente simile al caso affrontato dalla corte di cassazione nel lontano 1984.

Cerchiamo di rispondere ad una prima ma fondamentale domanda:

Che cosa è la volgarizzazione del marchio?

o meglio

Cosa si intende per volgarizzazione del marchio?

La volgarizzazione del marchio si ha quando la parola che costituisce il marchio diviene denominazione generica di un prodotto o merce o quando perde nella realtà linguistica qualsiasi collegamento con l’azienda d’origine, per eccesso di vitalità semantica, con l’inserimento del termine, nei dizionari linguistici.

Quando il marchio decade per intervenuta volgarizzazione?

Il marchio decade quando lo stesso è divenuto nel commercio, denominazione generica del prodotto o del servizio, in altre parole quando ci troviamo di fronte ad una perdita di capacità distintiva che è insita nello stesso concetto di marchio.

La perdita del diritto allo sfruttamento esclusivo del marchio non è connessa solo al carattere generico che assume quel determinato termine linguistico ma è quasi sempre accompagnato da un comportamento commissivo o omissivo del titolare.

Esempi di volgarizzazione del marchio:

I termini biro, nylon, cellophane, schotch.

Questi erano marchi che quando sono nati e sono stati registrati rappresentavano segni distintivi di alcuni prodotti rispetto a prodotti appartenenti alla medesima categoria.

Adesso sono diventati termini di uso comune che vengono associati dal consumatore ad una categoria di prodotti.

In pratica, oggi, una penna biro non sarà più associata alla penna biro dell’azienda che all’epoca ha registrato quel marchio bensì verrà associata, dal consumatore medio, ad una penna.

Con la volgarizzazione del marchio si ha, quindi, una perdita praticamente totale del carattere distintivo del marchio e quindi la sua totale perdita di valore.

***

Tornando al caso che ci ha interessati e di cui abbiamo accennato all’inizio riportiamo la sentenza della Corte di Cassazione n. 6180 del 28.11.1984:

Svolgimento del processo

Con citazione del 5 agosto 1976,
la società omissis convenne dinanzi al Tribunale di Milano la società omissis e – premesso di essere titolare dei brevetti n………. e n………… per il marchio di impresa Premaman (emblematico rispetto al primo e grafico-fonetico rispetto al secondo) , del quale la convenuta si sarebbe indebitamente servita nei suoi negozi di omissis e di omissis sia per indicare i reparti destinati alla vendita di abiti per gestanti che per etichettare questi ultimi – ne chiese la condanna alla rimozione degli abusi e al risarcimento dei danni da liquidare in separata sede.

La convenuta, costituita, eccepì che il vocabolo “premaman” era privo dell’attitudine ad individuare prodotti e merci provenienti dalla società attrice, essendo entrato da vari anni nell’uso e nel vocabolario correnti per indicare genericamente la condizione di gravidanza e di puerperio.

Ritenuta fondata l’eccezione (di decadenza dal brevetto per volgarizzazione del marchio e/o di nullità originaria del medesimo per genericità della parola, ma accolta sotto il primo aspetto, con dichiarato assorbimento del secondo), il Tribunale rigettò le domande, osservando che il vocabolo si era notoriamente diffuso nel linguaggio comune col significato di abito o indumento di taglio molto ampio per future mamme, tanto da essere stato inserito con questo significato nei dizionari più accreditati della lingua italiana.

La decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Milano con la sentenza ora impugnata.

La società ricorrente omissis ha proposto ricorso con due motivi. Resiste con controricorso la società resistente omissis, che ha anche proposto ricorso incidentale condizionato e depositato memoria.

MOTIVI DELLA DECISIONE

I due ricorsi, proposti contro la stessa sentenza, vanno preliminarmente riuniti, a norma dell’art. 335 c.p.c.

Con il primo motivo del ricorso principale, la società omissis deduce che la sentenza impugnata è nulla per violazione dell’art. 59 r.d. 21 giugno 1942 n.929 in relazione all’art. 70 c.p.c., non avendo partecipato al giudizio il pubblico ministero.

A sostegno del motivo, prescindendo da altre confuse proposizioni non pertinenti al mezzo e in parte contraddette dalle stesse difese della ricorrente nelle pregresse fasi di merito, sostanzialmente si adduce che l’intervento del P.M. era nella specie necessario, essendo stata la pretesa decadenza del brevetto elevata a ragione unica della decisione e non potendo, perciò, ritenersi che la relativa questione sia stata risolta solo incidentalmente.

La censura non è fondata.

Conviene, anzitutto, chiarire che il dato di riferimento per stabilire se una determinata questione abbia o meno carattere incidentale non è il grado di influenza (supposto che questa possa essere graduata) della medesima sulla decisione della causa, ma l’oggetto del processo o del giudizio ( “petitum”, come individuato dalla “causa petendi”), nel senso che, una volta identificato quest’ultimo, si configurano come pregiudiziali rispetto ad esso e debbono essere, quindi, solo incidentalmente risolte (se non assurte, per legge o per iniziativa di parte, a “cause pregiudiziali” ) tutte le questioni insorte sulle ragioni di fatto o di diritto (“ causa petendi”) della domanda, svolgendo esse rispetto a questa (e, dunque, rispetto all’attribuzione del bene della vita conteso) un ruolo puramente strumentale.

L’oggetto del processo rimane, pertanto, circoscritto nell’ambito iniziale se sul fatto costitutivo della pretesa non venga chiesta (e sempre che l’istante vi abbia interesse, per l’attitudine della questione a influire su altri rapporti diversi da quello dedotto nel giudizio pendente) o imposta dalla legge una decisione con efficacia di giudicato, non essendo, alla fine, sufficienti le semplici contestazioni del diritto fatto valere.

La contraria opinione della società ricorrente rispecchia la posizione antagonistica assunta da parte della dottrina (e condivisa, talvolta, dalla giurisprudenza) nei confronti della teoria classica sui limiti oggettivi del giudicato, la quale, muovendo dalla distinzione tra momento logico – pregiudiziale e momento volitivo della sentenza, esaurisce in quest’ultimo la decisione in senso proprio e assegna al primo una funzione meramente preparatoria di mezzo a fine.

A questi principi – che il testo dell’art. 34 c.p.c. induce a ritenere tradotti in legge – è ispirata, nella materia specifica, la giurisprudenza di questa corte, secondo la quale, in tema di nullità o di decadenza di brevetti per marchi d’impresa, l’intervento in causa del pubblico ministero è necessario, ai sensi dell’art. 59 r.d. 929/1942, quando la nullità o la decadenza siano fatte valere, in via principale o riconvenzionale, per conseguire sul punto una pronunzia con efficacia di giudicato, e non anche, quindi, allorchè esse vengano dedotte dal convenuto come mere eccezioni, al solo fine di contrastare la pretesa attrice che postuli la validità del brevetto (cass. 5762/1981, 5840/1978, 1226/1977 e altre conformi meno recenti).

Alla stregua dei precedenti rilievi, questa giurisprudenza deve essere condivisa e il motivo in esame non può essere, di conseguenza, accolto, perché, nel caso di specie, la persistente validità dei brevetti (postulata dall’attrice) si colloca rispetto al “petitum” (rimozione dell’abuso attribuito all’altra parte) come elemento della relativa fattispecie costitutiva, la cui semplice contestazione non è idonea, in mancanza di esplicita domanda, ad allargare l’oggetto originario del processo (estendendolo all’accertamento, con efficacia di giudicato, della decadenza dei brevetti semplicemente eccepita) e, quindi, a provocare l’intervento obbligatorio del P.M., necessario, ai sensi dell’art. 59 cit. e 70 c.p.c., soltanto nelle cause in cui la dichiarazione di nullità o di decadenza del brevetto costituisca oggetto di apposita domanda (principale o incidentale) di accertamento.

Col secondo (complesso) motivo, la ricorrente principale, denunciando falsa e errata interpretazione dell’art. 41, n.1, r.d. 929/1942, in relazione all’art. 18 dello stesso decreto, nonché motivazione contraddittoria e insufficiente, sostiene: a) che la Corte d’Appello ha indebitamente esteso ai marchi emblematici le disposizioni sulla decadenza del brevetto per volgarizzazione dettate dall’art. 41 cit. soltanto per i marchi denominativi e sempre che essi riguardino uno specifico prodotto o merce, non anche, quindi, tutti i prodotti o merci provenienti dal soggetto titolare del brevetto; b) che la Corte non avrebbe adeguatamente motivato sull’entità della volgarizzazione del marchio “Premaman” e sul significato assunto dalla parola nel linguaggio comune.

Neppure questo motivo è fondato.

La proposizione sub a) poggia, infatti, sull’errata premessa che il giudice di merito abbia annoverato il marchio “Premaman” tra quelli emblematici e figurativi; mentre la Corte milanese ha dichiaratamente ritenuto che esso rientri tra quelli denominativi, perché costituito non da “segno”, ma da “parola” e che non sia, perciò, meramente indicativo, ma espressivo dei prodotti cui si riferisce (il che non si può ragionevolmente disconoscere, perché, nella lingua francese, “ maman” altro non è che la traduzione affettiva della parola “merè” e il composto “pre-maman”, lungi dal costituire invenzione di pura fantasia senza aderenza concettuale al prodotto contrassegnato, non altro significa donna, in attesa di diventare madre). La censura è, pertanto, priva di consistenza, indipendentemente dalla problematica giustificazione della pretesa disparità di trattamento tra marchi figurativi e marchi denominativi, espressamente rifiutata, infatti dalla convenzione di Parigi (art. 6 quinquies B/2) sulla protezione della proprietà industriale, ratificata dall’Italia (nel testo di Lisbona del 31 ottobre 1958) con la l. 4 luglio 1967 n. 676 e utilizzabile anche come strumento di interpretazione dalle leggi interne dei paesi unionisti, per esigenze di adeguamento alla convenzione e per rimuovere disuguaglianza di disciplina fra cittadini e stranieri (cfr. Cass. 11 dicembre 1978 n. 5833).

La doverosa coerenza interpretativa tra norme interne e legge internazionale sarebbe già motivo sufficiente per disattendere, altresì, la tesi che la decadenza non sarebbe configurabile in relazione ai marchi c.d. generali: anche questi ultimi, infatti, sono, secondo la convenzione citata, soggetti a decadenza (“pourront etre….invalidées”). Ma, prima ancora, deve escludersi che questa sia in contrasto con la legge nazionale.

La ricorrente deduce che l’art. 41 n. cit., facendo riferimento al marchio di un prodotto o di una merce, abbia inteso circoscrivere la decadenza ai marchi speciali non potendosi altrimenti spiegare l’uso del singolare nel testo normativo – e che questa conclusione risulterebbe rafforzata dal contenuto dell’art. 18 n. 2 della stessa legge, che, in tema di condizioni necessarie per la brevettabilità dei marchi, adotta, invece, significativamente il plurale con riguardo ai prodotti o merci che ad essi si riferiscono il marchio “Premaman” non sarebbe, quindi, soggetto a decadenza, perché destinato a contrassegnare tutti i prodotti dell’omonima società.

Ma il problema è, sotto il primo aspetto, mal posto, poiché la norma non distingue, il marchio generale da quello speciale, ma dispone soltanto che il brevetto decade se il marchio, di qualunque tipo, sia divenuto denominazione generica di un prodotto o di una merce.

Il singolare viene, dunque, riferito non all’oggetto originario del marchio, ma al prodotto o merce con esso successivamente designato, sì che la questione (non proposta) potrebbe essere, se mai, un’altra stabilire se, ai fini della volgarizzazione del marchio, sia sufficiente che esso sia divenuto denominazione generica di un solo prodotto (o merce) o sia, invece, necessario che la denominazione risulti estesa ad un “genus” (determinato o non) di prodotti (o merci).

Quanto al confronto con l’art. 18 n.2, basta rilevare che questa norma, essendo diretta a stabilire preventivamente le condizioni di brevettabilità di tutti i possibili marchi, adotta coerentemente il plurale nel riferirsi ai relativi prodotti o merci; mentre la rappresentazione normativa al singolare (indefinito) dell’art. 41 n.2 è pienamente giustificata dal fatto che esso è formulato con riferimento (se pure astratto) al brevetto di un marchio già ottenuto e isolamento considerato.

La specularità delle due norme non è, del resto, estranea alla giurisprudenza di questa Corte, che, in altra occcasione, ne ha già incidentalmente registrato la perfetta simmetria (sent. 5833/1978 cit.).

Relativamente alla censura sub b), il primo profilo (insufficientemente motivazione sull’entità della volgarizzazione) è, sul piano logico, francamente improponibile.

Il concetto di volgarizzazione non si presta, infatti nella materia a graduazioni di sorta, una volta risolto positivamente il dilemma tra l’essere o il non essere dell’evento nel caso concreto, alla stregua della legge regolatrice, che il giudice milanese ha esattamente interpretato, attribuendo al concetto, nel solco di una tradizione fondamentalmente consolidata, il significato di acquisizione al linguaggio comune (dei produttori e, soprattutto, dei consumatori) della parola che costituisce il marchio, in modo tale che questo, divenuto denominazione generica di un prodotto o merce, abbia perduto nella realtà linguistica qualsiasi collegamento con l’azienda d’origine e si sia, quindi, spersonalizzato che tutto questo sia accaduto nella specie e che la parola “ de qua, sia, dunque, caduta, per eccesso di vitalità semantica, in pubblico dominio, la Corte d’Appello ha affermato in base alla notorietà del fatto (che non ha bisogno di prova, a norma dell’art. 115, cpv, c.p.c.), confermata dall’inserimento del termine, con specifico significato, in vari dizionari linguistici. Né può dubitarsi che questo sia un giudizio squisitamente di fatto, sottratto, come tale e perché convenientemente motivato, al controllo di legittimità.

Il residuo profilo della censura in esame investe il significato generalizzato della parola “Premaman” che, secondo la ricorrente, la Corte di merito avrebbe, immotivatamente e contraddittoriamente, circoscritto ai particolari abiti confezionati per le gestanti e che riguarderebbe, invece, tutti i prodotti e le merci di provenienza dall’omonima società.

Neppure sotto questo profilo aspetto la censura merita di essere accolta, perché stranamente ignara il fatto che la Corte d’appello, dopo aver precisato che la controversia era insorta per e limitatamente al preteso abuso del marchio da parte della convenuta nella vendita dei propri abiti per gestanti, si è premurata di sottolineare espressamente l’estraneità all’oggetto della causa di ogni altra questione riguardante l’estensione della tutela brevettuale ad altre merci provenienti dall’attrice, al fine di delimitare, in perfetta aderenza ai principi richiamati nell’esame del primo motivo, il “thema decidendi”.

Il che non è certamente censurabile sul piano motivazionale e si iscrive, d’altra parte, nel postulatorispetto del principio di corrispondenza tra richiesto e pronunciato (art. 112 c.p.c.)
Il ricorso deve essere, pertanto, rigettato (la “svolta” oggettivistica segnata nella materia della sentenza n. 5833/1978, già citata, non è stata contestata dalla ricorrente, che ha dichiarato, anzi, di condividerne l’indirizzo, in questa sede presupposto).

Il ricorso incidentale condizionale (relativo alla qualificazione dei concreti comportamenti posti in essere dalla resistente) rimane assorbito.

Le spese di questa fase vanno poste a carico della ricorrente principale.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso principale; dichiara assorbito il ricorso incidentale; condanna la Omissis al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese di questo stadio del giudizio, liquidate in L. 65.000 oltre all’onorario di L. 1.500.000 (un milione cinquecentomila).

Così deciso in roma il 11 giugno 1984.

 

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Marchi +3: nuovi contributi per il deposito di marchi

Il Mise, attraverso l’UIBM, ha deciso di finanziare un nuovo Bando per la concessione di contributi a fondo perduto a favore delle aziende italiane che decidono di registrare i propri marchi all’estero mediante una domanda di registrazione di marchio dell’Unione Europea o di marchio internazionale, per uno stanziamento complessivo di 3,825 milioni di euro (maggiore di quanto stanziato nel bando precedente Marchi + 2).

Le domande potranno essere presentate a partire dal 7 Marzo 2018 e saranno valutate mediante procedura a sportello, ossia assegnando priorità nell’assegnazione del premio in funzione della data di presentazione della domanda di agevolazione.

I destinatari della misura sono tutte le PMI italiane, incluse le ditte individuali, che hanno sostenuto spese per la registrazione di un marchio a partire dal 1 Giugno 2016 o che dovranno sostenere tali spese, incluse spese di progettazione del marchio, spese per la ricerca di anteriorità, spese per il deposito e spese per la tutela in procedimenti nei confronti degli Uffici prepositi al rilascio della registrazione, quali spese per opposizione o per replica ad azioni ufficiali.

Sono rimborsate sia i costi dei professionisti abilitati al deposito delle domande di registrazione che spese per tasse ufficiali.

Le domande di marchio internazionale saranno ammesse a contributo solo se depositate a partire dal 1 Giugno 2016.

Nel caso di domande di marchio internazionale depositate prima di tale data saranno ammesse a contributo solo eventuali spese per designazioni successive effettuate a partire dal 1 Giugno 2016.

Tutte le spese per le quali si richiede l’agevolazione devono essere rendicontate all’atto della presentazione della domanda di agevolazione ed effettivamente sostenute prima del deposito della richiesta.

Non sono invece ammesse a contributo spese sostenute successivamente alla data di presentazione della domanda di accesso al bando.

Il bando prevede l’erogazione di contributi a fondo perduto per importi fino all’80% delle spese sostenute, innalzabili al 90% per le spese sostenute per la tutela del marchio in Cina ed USA.

Per ogni singola voce di spesa sono previsti specifici massimali rimborsabili, con un importo massimo erogabile per un singolo marchio pari ad € 6.000,00. Tale importo è innalzato ad € 7.000,00 nel caso di marchio internazionale che designi due o più Paesi aderenti all’Accordo di Madrid sul marchio internazionale e ad € 8.000,00 se almeno uno di questi Paesi è USA o Cina.

Ogni impresa può presentare anche più richieste di agevolazione per diversi marchi fino al raggiungimento di un contributo massimo del valore complessivo di € 20.000,00.

Anche questa volta requisito fondamentale per poter presentare la domanda di agevolazione è rappresentato dall’avvenuta pubblicazione della domanda di registrazione del marchio, che non deve tuttavia risultare necessariamente già registrato.

Si evidenzia come la pubblicazione della domanda di marchio richiede tempi variabili e che possono anche prolungarsi nel caso in cui la domanda di registrazione presenti una o più non conformità.

Per questo motivo è fondamentale agire tempestivamente al fine di evitare che alla data di pubblicazione della propria domanda di registrazione di marchio non sia più possibile accedere ai contributi a causa del loro esaurimento.

Lo studio Maiello offre alla sua clientela assistenza tecnico-legale per tutte le attività inerenti le fasi di ricerca di anteriorità, deposito delle domande di registrazione del marchio, assistenza tecnico-legale per la tutela del marchio e per la registrazione della domanda.

Inoltre, lo studio potrà assistere la propria clientela nell’allestimento e presentazione delle domande di contributo per il presente bando.

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Cos’è il marchio collettivo?

Il marchio collettivo è una figura di marchio che ha la funzione di garantire l’origine, le caratteristiche e le qualità di un prodotto attraverso opportuni controlli sulle merci dei produttori (o dei commercianti) ai quali è stato concesso l’uso da parte del titolare.

Chi può depositare un marchio collettivo?

Generalmente viene richiesto da un ente istituzionale o associativo ( ad esempio produttori industriali o agricoli) ma può essere richiesto, per legge, da chiunque.

Come si deposita un marchio collettivo?

Per poter registrare un marchio collettivo è necessario depositare, unitamente al marchio, i regolamenti concernenti l’uso del marchio, i controlli e le relative sanzioni.

Quali sono i riferimenti normativi del marchio collettivo?

Le principali legislazioni interessate sono quella italiana e quella europea.

Legislazione italiana:

art. 2570 codice civile italiano. Marchi Collettivi: I soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi possono ottenere la registrazione di marchi collettivi per concederne l’uso, secondo le norme dei rispettivi regolamenti, a produttori o commercianti.

Art. 11 codice della prorietà industriale italiano: Marchio collettivo

1 .I soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi, possono ottenere la registrazione per appositi marchi come marchi collettivi ed hanno la facoltà di concedere l’uso dei marchi stessi a produttori o commercianti.

2. I regolamenti concernenti l’uso dei marchi collettivi, i controlli e le relative sanzioni devono essere allegati alla domanda di registrazione; le modificazioni regolamentari devono essere comunicate a cura dei titolari all’Ufficio italiano brevetti e marchi per essere incluse tra i documenti allegati alla domanda.

3. Le disposizioni dei commi 1 e 2 sono applicabili anche ai marchi collettivi stranieri registrati nel Paese di origine.

4. In deroga all’articolo 13, comma 1, un marchio collettivo può consistere in segni o indicazioni che nel commercio possono servire per designare la provenienza geografica dei prodotti o servizi. In tal caso, peraltro, l’Ufficio italiano brevetti e marchi può rifiutare, con provvedimento motivato, la registrazione quando i marchi richiesti possano creare situazioni di ingiustificato privilegio o comunque recare pregiudizio allo sviluppo di altre analoghe iniziative nella regione. L’Ufficio italiano brevetti e marchi ha facoltà di chiedere al riguardo l’avviso delle amministrazioni pubbliche, categorie e organi interessati o competenti. L’avvenuta registrazione del marchio collettivo costituito da nome geografico non autorizza il titolare a vietare a terzi l’uso nel commercio del nome stesso, purche’ quest’uso sia conforme ai principi della correttezza professionale e quindi limitato alla funzione di indicazione di provenienza.

5. I marchi collettivi sono soggetti a tutte le altre disposizioni del presente codice in quanto non contrastino con la natura di essi.

Legislazione europea:

Articolo 15 prima direttiva 89/104/CEE del Consiglio del 21 dicembre 1988 sul ravvicinamento delle legislazioni degli Stati Membri in materia di marchi d’impresa

Disposizioni particolari concernenti i marchi collettivi, i marchi di garanzia e i marchi di certificazione

1. Fatto salvo l’articolo 4, gli Stati membri la cui legislazione autorizza la registrazione di marchi collettivi o di marchi di garanzia o di certificazione possono prevedere che detti marchi siano esclusi dalla registrazione, che si dichiari la loro decadenza o che si dichiari la loro nullità per motivi diversi da quelli di cui agli articoli 3 e 12, nella misura in cui la funzione di detti marchi lo richieda.

2. In deroga all’articolo 3, paragrafo 1, lettera c) gli Stati membri possono stabilire che i segni o indicazioni che, in commercio, possono servire per designare la provenienza geografica dei prodotti o dei servizi possano costituire marchi collettivi, oppure marchi di garanzia o di certificazione. Un marchio siffatto non autorizza il titolare a vietare ai terzi l’uso, in commercio, di detti segni o indicazioni, purché li usi conformemente agli usi consueti di lealtà in campo industriale o commerciale; in particolare un siffatto marchio non può essere fatto valere nei confronti di un terzo abilitato ad usare una denominazione geografica.

Che cosa è il regolamento d’uso del marchio collettivo?

Come detto in precedenza per poter depositare un marchio collettivo sarà necessario depositare anche un regolamento d’uso ovvero un documento che disciplina l’utilizzo del marchio e gli obblighi degli aderenti.

Quali sono i benefici del marchio collettivo?

Il marchio collettivo è generalmente usato per consentire ai consumatori finali una maggiore garanzia qualitativa dei prodotti e viene usato in forma collettiva dalle imprese che aderiscono ad un preciso regolamento che assicuri e garantisca l’origine e la natura dei prodotti.

Esempi di marchi collettivi:

1) pura lana vergine

2) bancomat

Quale differenza c’e’ tra un marchio collettivo e un marchio individuale?

Il marchio collettivo (a differenza del marchio individuale) non neccessità del requisito del carattere della originalità, potendo essere costituito anche dalla sola indicazione e della qualità del prodotto.

Il marchio collettivo serve a garantire l’origine, le caratteristiche di un prodotto con il preciso scopo di evitarne lo svilimento a differenza del marchio individuale che viene utilizzato per contraddistinguere le merci o i prodotti di una determinata impresa.

marchio collettivo cos'è

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Registrare marchio italiano o marchio unione europea

Prima di procedere alla registrazione di un marchio italiano o alla registrazione di un marchio dell’unione europea (ex marchio comunitario) e ad un’eventuale successiva registrazione di un marchio internazionale è sempre opportuno procedere ad una ricerca di anteriorità.

La ricerca di anteriorità, condotta su banche dati nazionali, comunitarie ed internazionali, consente di verificare la presenza di marchi identici (ricerca di identità) o simili (ricerca di similitudine) al marchio che si intende registrare.

Con la ricerca di anteriorità, quindi, è possibile ridurre fortemente i rischi di un futuro contenzioso con soggetti privati o aziende terze.

Fatta questa doverosa premessa, è il caso di analizzare i punti salienti che possono portare ad optare per la registrazione di un marchio italiano o alla registrazione di un marchio dell’Unione Europea.

Il marchio italiano o marchio nazionale è un marchio che viene registrato presso l’UIBM ed è valido solo ed esclusivamente sul territorio italiano.

Il marchio dell’Unione europea è un marchio che viene registrato presso l’EUIPO ed è valido su tutto il territorio dell’Unione europea, equivalendo ad un fascio di 28 marchi nazionali registrati nei singoli Paesi dell’Unione Europea.

Questo ultimo aspetto è da tenere bene in considerazione quando si esegue una ricerca di anteriorità in quanto anche un marchio nazionale registrato in uno qualsiasi dei Paesi dell’Unione Europea può impedire la registrazione di un marchio dell’Unione Europea.

In tal caso, piuttosto che procedere al deposito della domanda di marchio dell’Unione Europea potrebbe essere necessario eseguire una pluralità di depositi di marchi nazionali nei Paesi dell’Unione Europea in cui si desidera ottenere la protezione.

Sia il marchio nazionale che il marchio dell’unione europea devono avere i requisiti della novità, della capacità distintiva e della liceità.

Entrambe le procedure di registrazione godono del c.d. diritto di priorità del marchio.

In pratica, con il deposito di una domanda di registrazione di marchio, sia nazionale che comunitario (anche estero), se eseguito come primo deposito, conferisce al suo titolare un diritto di priorità della durata di 6 mesi a partire dalla data di primo deposito per depositare una o più domande di registrazione di marchio in uno o più dei 173 Stati aderenti alla Convenzione Parigi.

I costi sono ben diversi.

Per registrare un marchio italiano o nazionale bisognerà corrispondere una tassa di € 177,00 per una classe di prodotti o servizi ed € 34,00 per ogni classe in più.

Per registrare un marchio dell’unione europea bisognerà corrispondere una tassa base pari ad € 850,00 per il deposito elettronico o € 1000 in caso di deposito della domanda in forma cartacea, valida per una sola classe di prodotti o servizi oltre ad una tassa di € 50,00 per una seconda classe di prodotti o servizi ed € 150 per ogni classe oltre la seconda.

Le procedure di deposito sono molti simili per le due registrazioni, anche se la procedura di registrazione di un marchio dell’Unione Europea è sensibilmente più rapida rispetto al marchio nazionale.

L’unica differenza, degna di nota, è che con la procedura di registrazione del marchio dell’Unione Europea si ha la possibilità di richiedere un rapporto di ricerca con cui l’EUIPO segnala al richiedente la presenza di eventuali marchi dell’Unione europea identici o simili al marchio oggetto di domanda e/o registrati anteriormente per almeno una stessa classe di prodotti o servizi.

Entrambe le tipologie di marchi hanno una validità di 10 anni e possono essere rinnovati all’infinito, pagando le relative tasse, per periodi di ulteriori dieci anni.

Le tasse di rinnovo sono differenti.

Per il rinnovo del marchio italiano bisognerà pagare, allo scadere dei 10 anni, una tassa pari all’importo di € 67,00 per una classe ed € 34,00 per ogni classe in più oltre la prima.

Per il rinnovo del marchio dell’unione europea bisognerà pagare, allo scadere dei 10 anni, una tassa pari ad € 850 per una classe, € 50,00 per una seconda classe ed € 150,00 oltre la seconda classe.

Per quanto attiene alla scelta, quindi, se optare per la registrazione di un marchio dell’unione europea o un marchio nazionale (non tenendo in considerazione i costi appena elencati) è il caso di focalizzare la propria attenzione sui mercati di riferimento.

Se la propria azienda presente o futura (start-up) opera o opererà solo ed esclusivamente nel mercato italiano sarà opportuno procedere ad una registrazione solo in ambito nazionale.

Se, al contrario, l’impresa intende operare o già opera in ambito europeo sarà di gran lunga preferibile la registrazione del proprio marchio in ambito europeo.

E’ il caso di ricordare che per molte aziende ormai la sola registrazione del marchio italiano è addirittura superflua ben potendo, come avviene per le imprese che operano nell’e-commerce, e quindi, almeno su tutto il territorio dell’unione europea, optare sin da subito per la registrazione del marchio a livello europeo.

Se al contrario, la propria attività (un locale pubblico, un pub, una pizzeria ecc.) non potrà mai “andare” oltre i confini nazionali è di gran lunga preferibile la registrazione di un marchio italiano.

Sarà però sempre possibile registrare in un secondo momento un marchio dell’Unione Europea oppure un marchio internazionale, anche se non si potrà rivendicare la priorità del marchio italiano.

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Differenza tra domanda di registrazione e marchio registrato

Uno degli errori più frequenti commessi da chi deposita una domanda di registrazione di marchio è quella di ritenere che i diritti di esclusiva sul marchio nascano immediatamente al momento del deposito della domanda di registrazione.

Invece, occorre essere consapevoli che la registrazione del marchio si concretizza esclusivamente dopo una ben precisa fase di esame condotta dall’Ufficio presso il quale si deposita la domanda (ad esempio l’UIBM nel caso di domanda di registrazione per marchio italiano oppure l’EUIPO nel caso di domanda di registrazione per marchio dell’Unione Europea, una volta noto come marchio comunitario).

Solo al completamento della fase di esame, che si suddivide in una prima fase di esame dei requisiti formali ed in una seconda fase in cui eventuali titolari di diritti anteriori sul marchio possono presentare opposizione alla registrazione, si ha il rilascio del certificato di registrazione con cui i diritti diventano efficaci.

Pertanto, solo l’avvenuta registrazione conferisce il diritto a pubblicizzare il proprio marchio come registrato, apponendo opportunamente, anche se non obbligatoriamente, anche il tipico simbolo ® affianco al marchio stesso.

Al contrario, l’apposizione di tale simbolo vicino ad un marchio ancora non registrato ma semplicemente oggetto di una domanda di registrazione, non è lecita e può essere causa di provvedimenti.

In particolare l’Art. 127 (2) Codice della proprietà industriale afferma che “Chiunque appone, su un oggetto, parole o indicazioni non corrispondenti al vero, tendenti a far credere che l’oggetto sia protetto da brevetto, disegno o modello oppure topografia o a far credere che il marchio che lo contraddistingue sia stato registrato, è punito con la sanzione amministrativa da 51,65 euro a 516,46 euro”.

L’utilizzo di segni o diciture atti a far intendere che il marchio sia registrato è censurato in maniera ancora più forte in alcuni Paesi esteri ed in particolare negli Stati Uniti, con multe di entità maggiori rispetto a quelle previste dalla normativa italiana.

Pertanto, fintanto che la procedura di registrazione non sia completata ed il marchio non sia stato registrato è lecitamente possibile utilizzare esclusivamente simboli e diciture che evidenzino che il marchio è ancora oggetto di domanda pendente, come ad esempio il simbolo TM.

In conclusione, qualora si abbia necessità di pubblicizzare la registrazione del marchio in breve tempo è opportuno direzionarsi verso le procedure di registrazione più rapide.

In tal senso, si può osservare come i tempi di registrazione di un marchio dell’Unione Europea siano sensibilmente inferiori a quelli di un marchio italiano, con il primo che può essere registrato anche in meno di quattro mesi, contro il tempo medio di oltre un anno per la registrazione dei marchi italiani.

Differenza tra domanda di registrazione e marchio registrato

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Deposito marchi: rivolgersi ad un esperto per evitare errori

Il deposito di una domanda di registrazione di un marchio è all’apparenza molto semplice e non richiede molti passaggi o predisposizione di particolare documentazione oltre la modulistica appositamente prevista e messa a disposizione dagli Uffici preposti alla registrazione.

In particolare, nel caso di un deposito di una domanda di registrazione per marchio italiano, l’UIBM permette sia il deposito telematico attraverso l’apposita piattaforma che il deposito attraverso le Camere di Commercio che potranno così assistere il titolare nella compilazione dei moduli.

Per il deposito di una domanda di registrazione di marchio dell’Unione Europea (già marchio comunitario) l’EUIPO mette a disposizione una procedura guidata che semplifica il deposito, che può essere eseguito sia telematicamente che via fax.

Per tali motivi si assiste frequentemente al deposito delle domande di registrazione del marchio direttamente da parte dei titolari delle stesse, evitando di rivolgersi ad un avvocato esperto in proprietà industriale o ad un consulente in proprietà industriale, in quanto la normativa in materia di proprietà industriale non obbliga i titolari delle domande a rivolgersi ad un mandatario.

Tuttavia, affinchè la registrazione del marchio sia efficace è fondamentale valutare sin da subito alcuni aspetti tecnici legati al marchio che non è possibile reperire direttamente dalla modulistica di deposito.

Infatti, il marchio può essere registrato sotto varie forme, le più comuni delle quali sono il marchio verbale, nel caso in cui il marchio sia composto solo da parole, il marchio figurativo, in cui il marchio è composto da un’immagine o da un logo, ed il marchio combinato, in cui ad un’immagine o logo si accompagna anche una parte verbale.

L’errore più frequente commesso da chi ricorre al faidate è rappresentato proprio da una scelta non corretta della forma in cui depositare il proprio marchio, per cui si osservano spesso depositi aventi per oggetti marchi composti da diversi elementi, alcuni dei quali di scarso valore distintivo, così da indebolire la tutela sulla parte più distintiva.

Tale circostanza, anche se in linea generale non compromette la registrazione del marchio, ne riduce fortemente la capacità di tutela, rendendolo facilmente aggirabile.

Un ulteriore elemento di criticità risiede invece nella capacità di individuare la presenza di elementi che potrebbero impedire la registrazione, quali elementi descrittivi delle caratteristiche del prodotto o della sua provenienza geografica.

Ulteriori errori si riscontrano frequentemente nella scelta delle classi da designare e dei prodotti e servizi scelti all’interno delle classi designate. In particolare è spesso possibile osservare come la scelta delle classi sia eseguita più sulla base della natura dell’oggetto che sulla base della sua destinazione d’uso.

Inoltre non si considera che la normativa non permette più di utilizzare il titolo delle classi secondo la Classificazione di Nizza per tutelare automaticamente tutti i prodotti o servizi inclusi in una specifica classe, ma al contrario richiede di elencare in maniera specifica ogni singolo prodotto o servizio al quale estendere la tutela del marchio.

Per questo motivo è bene essere a conoscenza dei termini specifici adottati nella Convenzione.

In questi casi occorre anche tener presente che dopo aver eseguito il deposito della domanda non è possibile eseguire integrazioni alle classi designate, né inserire prodotti non presenti all’interno di una delle classi di designazione, ma eventuali errori possono essere risolti solo con il deposito di una nuova domanda di registrazione.

Non da ultimo, i titolari delle domande spesso pongono poca attenzione alle ricerche di anteriorità, basandosi solo su ricerche parziali e ritenendo erroneamente che sia sufficiente per la registrazione che non siano presenti marchi identici al proprio, mentre non è da escludere che un marchio anteriore possa impedire la registrazione di un nuovo marchio anche in presenza di diversi elementi di differenza.

Per questi motivi si ritiene sempre consigliabile rivolgersi ad un avvocato esperto in proprietà industriale o ad un consulente in proprietà industriale, il cui compito non è solo quello di assicurarsi che la domanda di registrazione del marchio presenti tutti i requisiti formali ma è soprattutto quello di valutare quale sia la migliore forma di registrazione e quali siano le classi più opportune, valutando anche possibili rischi di contraffazione di marchi anteriori.

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Registrare un marchio: l’importanza della ricerca di similitudine

Uno dei più comuni errori quando ci si appresta a depositare una domanda di registrazione per un marchio è quello di sottovalutare l’importanza di una ricerca di anteriorità preliminare atta a rilevare la presenza di marchi anteriori che potrebbero pregiudicare il buon esito della procedura ed il rilascio della registrazione del marchio in quanto rappresenterebbero una base per una domanda di opposizione alla registrazione del nuovo marchio.

Inoltre, anche quando si effettua una ricerca, spesso ci si limita a verificare che non esistano marchi identici al segno che si vuole registrare, sottovalutando il fatto che anche marchi che si differenziano in maniera sostanziale dal proprio segno ma che comunque siano in grado di evocarlo (cosiddetti marchi simili) possono essere utilizzati per un’opposizione ed impedire la registrazione.

Non deve neppure essere trascurato il fatto che non è sufficiente che non esistano marchi identici o simili al proprio registrati in una o più classi di prodotto o servizi secondo la Classificazione di Nizza differenti dalle classi di proprio interesse.

Infatti, anche in questo caso è importante verificare che il marchio anteriore non sia registrato per prodotti e servizi che, per quanto differenti da quelli da indicare nella propria domanda di registrazione di marchio, non siano affini, ossia prossimi a quelli di proprio interesse.

E’ anche un errore frequente limitare il campo territoriale della propria ricerca di similitudine ai singoli Paesi in cui si andrà a depositare la domanda di registrazione del marchio. Ad esempio, nel caso di deposito di una domanda di registrazione di marchio in Italia si effettuerà una ricerca solo sulla banca dati dei marchi italiani, oppure nel caso di una domanda di registrazione di marchio della Unione Europea (già marchio comunitario) si effettuerà una ricerca di similitudine solo sulla banca dati dei marchi comunitari, o, ancora, nel caso di una domanda di registrazione di marchio internazionale si effettuerà una ricerca di similitudine solo sulla banca dati dei marchi internazionali.

Al contrario, occorre tener conto che in determinati casi un marchio registrato in un determinato Paese può impedire la registrazione del proprio marchio anche in Paesi differenti.

Ad esempio un marchio comunitario registrato o in fase di registrazione può essere utilizzato in un procedimento di opposizione per impedire la registrazione di un nuovo marchio in Italia oppure di un marchio internazionale che designi uno o più Paesi della Unione Europea oppure l’intera UE.

Allo stesso modo, un marchio nazionale registrato o in fase di registrazione in uno qualsiasi dei Paesi della Unione Europea può essere utilizzato in un procedimento di opposizione per impedire la registrazione non solo all’interno di quel Paese ma anche di un marchio comunitario o di un marchio internazionale designante l’Unione Europea.

Per questi stessi motivi un marchio internazionale anteriore può impedire la registrazione di un marchio successivo solo all’interno di quei Paesi che sono stati designati in entrambe le domande di registrazione di marchio ma non può impedire la registrazione del nuovo marchio in Paesi che non erano designati dalla domanda di registrazione anteriore.

Un ulteriore aspetto che spesso si trascura quando si procede al deposito di una domanda di registrazione di marchio è rappresentato dal fatto che la presenza di un marchio registrato anteriore identico o simile a quello oggetto della propria domanda di registrazione di marchio non solo può rappresentare un ostacolo alla registrazione del proprio marchio, ma può impedirne addirittura l’utilizzo, con ricadute economiche ben più gravi di quelle che potrebbero essere connesse ad un eventuale procedimenti di opposizione alla registrazione che non dovesse andare a buon fine.

Tag: ricerca di similitudine marchio, ricerca marchi nazionali, ricerca marchi comunitari, ricerca marchi internazionali

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Marchi+2: contributi a fondo perduto per domande di marchio

A partire dal 2 Febbraio 2016 sarà attivo il bando Marchi+2 per l’erogazione di contributi a fondo perduto a favore delle imprese italiane che depositano una o più domande di registrazione marchio comunitario (dal 23 marzo 2016 marchio dell’Unione europea) o registrazione marchio internazionale.

Il bando, promosso dal Ministero dello Sviluppo Economico e da Unioncamere, prevede uno stanziamento complessivo di 2,8 milioni di euro ed è rivolto sia alle imprese che provvedono al deposito di una nuova domanda di registrazione per un marchio comunitario (dal 23 marzo 2016 marchio dell’Unione europea) o marchio internazionale che alle imprese che hanno già sostenuto spese per il deposito di una domanda di registrazione per marchio comunitario (dal 23 marzo 2016 marchio dell’Unione europea) o marchio internazionale, purchè tali spese siano state sostenute a partire dal 1 Febbraio 2015.

Per le domande di marchio internazionale saranno ammesse a contributo solo quelle depositate a partire dal 1 febbraio 2015.

Nel caso di domande di marchio internazionale depositate prima di tale data saranno ammesse a contributo solo eventuali spese per designazioni successive effettuate a partire dal 1 Febbraio 2015.

Requisito necessario per poter accedere alle agevolazioni è che il titolare della domanda sia una impresa classificata come micro, piccola o media impresa, con inclusione delle ditte individuali.

Sono ammesse anche domande in cui l’impresa sia contitolare della domanda con uno o più soggetti fisici o giuridici. Sono invece escluse le domande che siano di titolarità esclusiva di liberi professionisti o persone fisiche.

L’importo erogato sarà pari all’80% delle spese sostenute per la fase di progettazione grafica e/o verbale del marchio, per servizi di consulenza professionale per l’esecuzione della ricerca di anteriorità volta a verificare la sussistenza dei requisiti di novità del marchio, per servizi di consulenza professionale per il deposito delle domande di registrazione.

Sono ammesse a contributo anche le spese di consulenza legale per azioni di tutela del marchio in caso di opposizione, di rifiuto o di emissione di rilievi da parte degli Uffici competenti successivamente al deposito della domanda di registrazione del marchio.

Anche le tasse di deposito della domanda di registrazione del marchio comunitario (dal 23 marzo 2016 marchio dell’Unione europea) o internazionale versate all’UIBM, UAMI -EUIPO o WIPO sono rimborsate nella misura dell’80%.

Nel caso di deposito di una domanda di registrazione per marchio internazionale che designi USA e Cina, le tasse di designazione per questi due Stati sono rimborsate nella misura del 90%.

Tutte le spese ammesse a contributo saranno rimborsate entro rispettivi massimali riportati all’interno del bando. L’importo massimo erogabile per ogni domanda di contributo è pari ad €6000, che può essere elevato ad €7000 per domande di registrazione di marchio internazionale che designino più di due Paesi oppure USA o Cina e ad €8000 per domande di marchio internazionale che designino USA e/o Cina ed almeno un altro Paese.

Anche in questo caso il bando è del tipo a sportello, ossia le domande di agevolazione sono gestite in ordine cronologico e l’erogazione dei contributi avviene fino ad esaurimento dei fondi.

Si informa anche che per poter presentare la domanda di finanziamento è necessario che la domanda di registrazione del marchio sia pubblicata (non necessariamente registrata). La pubblicazione della domanda di marchio richiede tempi variabili e nel caso di domande di registrazione di marchio comunitari (dal 23 marzo 2016 marchi dell’Unione europea) può richiedere anche un mese.

Per questo motivo è fondamentale agire tempestivamente al fine di evitare che alla data di pubblicazione della propria domanda di registrazione di marchio non sia più possibile accedere ai contributi a causa del loro esaurimento.

Lo studio Maiello offre alla sua clientela assistenza tecnico-legale per tutte le attività inerenti le fasi di ricerca di anteriorità, deposito delle domande di registrazione del marchio, assistenza tecnico-legale per la tutela del marchio e per la registrazione della domanda.

Inoltre, lo studio potrà assistere la propria clientela nell’allestimento e presentazione delle domande di contributo per il presente bando.

BANDO SOSPESO (in data 07.06.2016) PER ESAURIMENTO FONDI.

 

marchi+2

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Contraffazione e confondibilità marchi registrati

Un marchio rappresenta l’immagine con cui un’impresa si presenta davanti al pubblico per pubblicizzare i propri prodotti e servizi e pertanto assume un’importanza strategica ai fini del successo commerciale di un prodotto o servizio.

Per tale motivo è fondamentale che il marchio possegga determinate caratteristiche che lo aiutino ad imporsi sul mercato ed a distinguersi tra una molteplicità di marchi riferiti alla stessa categoria di prodotti o servizi, evitando che possa essere facilmente confuso con altri marchi preesistenti, perdendo la sua capacità distintiva.

In particolare un marchio registrato deve essere semplice ed immediato da ricordare per potersi imporre nella mente dei consumatori ed allo stesso tempo non deve richiamare in maniera troppo decisa la tipologia di prodotti che esso designa, poiché in questo modo correrebbe il rischio di essere reso nullo per descrittività o comunque di avere scarsa forza deterrente nei confronti di eventuali copie e contraffazioni.

Ma quando si deve ideare un marchio al fine di registrarlo ed ottenerne l’esclusiva sul suo utilizzo è bene assicurarsi preventivamente che tale nuovo marchio non costituisca contraffazione di marchi già registrati da altri in precedenza.

Per questo motivo, prima di depositare una domanda di registrazione di marchio è fondamentale effettuare una ricerca atta a verificare se esistano già marchi registrati identici o simili al proprio, sia per evitare di registrare un marchio scarsamente innovativo e potenzialmente nullo che per evitare di incorrere nella contraffazione di un marchio anteriore.

Quando si valuta il rischio di contraffazione di marchi altrui già registrati si commette spesso l’errore di sottovalutare le differenze tra il marchio registrato ed il nuovo marchio da registrare. In particolare non si tiene conto del fatto che si ha contraffazione di marchio non solo quando i due marchi posti a confronto sono identici ma anche quando sono simili e tale somiglianza può indurre in confusione il consumatore in merito al produttore.

Inoltre, occorre anche considerare che non esistono parametri oggettivi per stabilire se due marchi sono simili e confondibili, così da determinare la contraffazione, ma tale valutazione è fortemente influenzata sia dalle modalità in cui i marchi sono utilizzati che dalla notorietà del marchio anteriore potenzialmente contraffatto.

Ad esempio, un marchio verbale può essere ritenuto in contraffazione di un marchio anteriore registrato, anch’esso verbale, anche se i due marchi differiscono per più della metà delle loro lettere ma hanno in comune la parte provvista di maggior carattere distintivo.

Al contrario, due marchi molto simili possono essere ritenuti non confondibili, escludendo così il rischio di contraffazione, se tali differenze modificano in maniera decisa il significato del marchio posteriore tanto da escludere il rischio di confusione.

Non da ultimo, quando si desidera registrare un marchio in Italia e si esegue una ricerca marchi per verificare l’esistenza di un marchio ed evitarne così la contraffazione è importante sapere che il rischio di contraffazione non sussiste solo nei confronti dei marchi italiani registrati ma anche nei confronti di marchi comunitari, validi in maniera unitaria in tutta l’Unione Europea e dei marchi internazionali designanti l’Italia o l’Unione Europea.

Prima di procedere alla registrazione del marchio è quindi opportuno consultare le banche dati dei vari Uffici nazionali ed internazionali utilizzando i vari strumenti di ricerca messi a disposizione anche on-line oppure rivolgersi ad un consulente o esperto in materia.

Contraffazione e confondibilità marchi registratitag: contraffazione, marchi, confondibilità, registrazione

 

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